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Sunday, 7 February 2010

NEW YORK TROPPI CANI COL "SILENZIATORE"

05 Febbraio 2010



Il NY Times accende i riflettori sulla vicenda. In Italia la pratica è già vietata.
Corde vocali recise per evitare che disturbino i vicini. Molti veterinari sono d'accordo. Ma cresce il fronte dei no.



MILANO - Can che abbaia non morde. Ma infastidisce i vicini. Per questo motivo a New York sono in tanti a scegliere la strada più semplice. Quella di farli operare, recidendo loro le corde vocali. In questo modo, il can che abbaia si trasforma semplicemente in un can che sussurra.
Detta così, a noi europei, potrebbe anche apparire come una delle tante «amazing stories» che fanno il giro della rete e che trovano spazio tra le curiosità riportate dai media. Ma la vicenda è seria, al punto che se ne è occupato l'autorevole New York Times che ha dato spazio e voce a molti proprietari di cani «col silenziatore», convinti della scelta compiuta in nome dei rapporti di buon vicinato. E tra questi, sembra incredibile, c'è anche un veterinario, il dr. Mike Marder, citato proprio nell'apertura del servizio, che ha già eseguito l'operazione di «debarking» al suo cane Nestlé e che non esclude di fare altrettanto con il secondo puppy di casa, Truffle. Una scelta, quella di togliere l'abbaio al proprio animale, legata alle difficoltà più volte incontrate con gli altri abitanti del suo palazzo, un elegante edificio nell'Upper East Side.

CANI SUSSURRANTI - Il titolo che il NyTimes ha dato al pezzo è significativo: «Heel. Sit. Whisper. Good dog»: ai classici comandi «terra» e «siedi» si aggiunge il nuovo e inquietante «sussurra». Già, perché l'intervento sulle corde locali rende gli animali afoni, ma non cancella in loro l'impulso ad abbaiare: semplicemente fa sì che quel che esce dalla loro bocca sia qualcosa che assomiglia perlopiù ad un rantolo o, appunto, ad un sospiro. Ma in tanti, troppi, sembrano pronti a giustificare la pratica, accampando come scusa che è molto meglio quella «che la soppressione per eutanasia», come se non esistessero strade diverse per educare i cani a contenere l'abbaio. Però a quanto pare la difficile convivenza che si crea se il cane si fa sentire finisce con l'avere un peso maggiore: nel 2009 sono state 6.622 le chiamate al 311, la linea di non emergenza a cui i cittadini della Grande Mela si rivolgono per segnalare situazioni di disturbo o problemi sul territorio municipale. Molti regolamenti condominiali già vietano il possesso di animali e le autorità newyorkesi hanno previsto uno specifico divieto per alcune razze di cani nei palazzi di edilizia pubblica.

VETERINARI DIVISI - Sono sempre di più, racconta però il quotidiano, i veterinari che si rifiutano di praticare l'intervento di rescissione. E quelli che ancora lo fanno evitano accuratamente di dare pubblicità alla cosa, ben sapendo quanto tale pratica sia osteggiata presso l'opinione pubblica e presso i loro stessi colleghi più giovani, più sensibili ai richiami etici. In alcuni stati americani sono allo studio provvedimenti legislativi per proibire tale pratica. Ma finché non ci sarà un divieto esteso in tutta la nazione, il rischio che vengano prodotti già alla fonte cani senza decibel è particolarmente elevato. Tra l'altro non sarebbero soltanto i cittadini che vogliono evitare noie con i vicini a richiederli: anche delinquenti e spacciatori, che sono soliti accompagnarsi con cani da attacco, sono sempre più propensi ad avere al fianco animali silenziosi. E una parte dei veterinari continua a ritenere di essere nel giusto eseguendo gli interventi, malgrado l'Associazione veterinaria americana raccomandi che l'operazione chirurgica sia solo l'estrema ratio qualora altre strade, come l'educazione da parte di un esperto, non abbiano dato risultati. «Recuperano subito e non sembrano notare differenze rispetto a prima - ha dichiarato al NyTimes la dottoressa Sharon Vanderlip, che da 30 anni esegue questo genere di intervento -. Penso che in certi casi l'operazione possa salvare il cane. Se fatta bene si comportano assolutamente come prima e non hanno poi problemi di salute».

«FANNO ANCHE ALTRO» - «Purtroppo in America fanno quello e anche altro - commenta invece la dottoressa Anna Negro, che sul Corriere Animali cura il forum "Il veterinario risponde" -. I nostri colleghi americani si prestano anche all'esungulazione, facendo togliere le unghie alla radice ai gatti per evitare che ricrescano, ottenendo così che non provochino danni a divani, tende o parquet. Oppure rimuovono le ghiandole lacrimali ai piccoli cani bianci, tipo il maltese o il bichon, che hanno una lacrimazione forte che spesso causa una colorazione del pelo, sotto gli occhi, che molti considerano troppo antiestetica. Senza pensare che così si espone l'animale a ben altri problemi, in primis la cheratite». In Italia la pratica del taglio delle corde vocali è vietata dalla recente legge sui maltrattamenti, ma per fortuna anche prima della sua entrata in vigore la maggior parte dei veterinari si rifiutava di operare un cane in assenza di finalità terapeutiche, solo per motivi estetici o di mero interesse del proprietario. Però i casi di cani con le corde vocali recise esistono ancora anche nel nostro Paese. Lo scorso anno erano stati trovati diversi cani "silenziati" in un canile lager in Puglia: senza voce gli animali non avrebbero potuto destare l'attenzione di eventuali curiosi. «Oggi c'è una legge che dovrebbe scoraggiare chiunque dal compiere quella pratica - dice ancora la dottoressa Negro -. Ma una cosa è certa: all'interno della categoria i medici che si prestano a certi interventi non sono considerati colleghi. La maggior parte di noi li vede solo come delinquenti».

Alessandro Sala

Fonte: Il Corriere Della Sera

Wednesday, 6 January 2010

L'ALLARME SI S.A.K.I.: ATTENTI AGLI ANIMALI IMPORTATI DALL'EST. "QUESTA RAZZA NON è PER TUTTI!"

4 Gennaio 2010


Effetto Hachiko, gli "Squali" in azione.
Venditori senza scrupoli pronti a invadere il mercato con cuccioli di Akita, il cane protagonista del film di Gere.



MILANO - In Giappone è un eroe nazionale. E ora, grazie al film a lui dedicato che ha tra i protagonisti un mito hollywoodiano come Richard Gere, la sua storia sta facendo il giro del mondo. Hachiko è il cane fedele per antonomasia, l'amico per sempre, quello capace di aspettare per anni alla stazione del treno il ritorno del proprio padrone anche se poi non arriverà mai perché magari, come nella storia realmente accaduta negli anni Venti e a cui gli sceneggiatori si sono ispirati, nel frattempo è morto. Un esempio di affetto e di amore smisurato che ha spinto la Lega nazionale per la difesa del cane a patrocinare la pellicola, ora in programmazione in decine di sale in tutta Italia, perché questa vicenda «insegna agli uomini come e quanto l’amore di un cane può essere immenso, senza mezze misure e, soprattutto, senza alcuna finalità».

ARRIVANO GLI «SQUALI» - Ma come spesso accade quando un film di successo accende i riflettori su una particolare razza di cane - e nella fattispecie si parla dell'Akita Inu, un cane maestoso e nobile che vanta le proprie origini agli inizi del 1600 nell'omonima prefettura giapponese - il risvolto della medaglia è la speculazione che può nascere dall'entusiasmo e dall'innamoramento del pubblico. E purtroppo sta già accadendo, proprio come avvenne per i dalmata della «Carica dei 101», per i pastori tedeschi ispirati dal «Commissario Rex» o, negli Stati Uniti, per i chihuahua mostrati come accessori da Paris Hilton o Mickey Rourke e rilanciati da «Beverly Hills Chihuahua». A lanciare l'allarme è la Saki, ovvero la Sezione Akita Italia del Cirn (Club italiano razze nordiche), organismo nazionale in ambito Enci. «Arrivano richieste inaccettabili di squali approfittatori pronti a cavalcare l'onda del successo - si legge nel sito web dell'associazione -. Persone che chiedono coppie di Akita proponendo la divisione dei guadagni; altri che cercano il maschio da far accoppiare con la femmina del parente o del vicino; o, addirittura, chi chiede anche il padre della stessa femmina, purché ci sia un maschio che la monti e le faccia sfornare cuccioli che possono portare guadagno». Gli ammiccamenti sono incominciati già all'indomani del 17 ottobre, quando il film venne presentato alla Festa del cinema di Roma. Ma ora, sulla scia del grande consenso che la pellicola sta ottenendo - ci sono già gruppi di fan su Facebook e diverse iniziative, tra cui un concorso fotografico a premi per tutti i possessori di Akita - il timore è che la speculazione attorno a questa razza raggiunga livelli insostenibili.


IL TRAFFICO DALL'EST - I rischi concreti? Innanzitutto un incremento delle importazioni di cuccioli dall'Est, dove esistono vere e proprie «fabbriche» dei pet, che sfornano cucciolate a ripetizione in spregio alle norme igienico-sanitarie e all'etica che fa sì che un buon allevatore lavori soprattutto sulla selezione e sulla qualità, piuttosto che sulla quantità. Il fenomeno è noto e non riguarda solo gli Akita: i cuccioli vengono strappati alle madri quando sono ancora troppo giovani, non vengono vaccinati adeguatamente, non vengono fatti socializzare e, per il trasporto, vengono stipati in condizioni pietose nei bagagliai di automobili che attraversano l'Europa fino a raggiungere le mete di smercio, ovvero i Paesi più ricchi, come appunto l'Italia, dove si trovano molti possibili acquirenti per cani di razza - o pseudotali, visto che l'albero genealogico non è garantito - venduti al mercato nero ad un costo inferiore rispetto a quello praticato dagli allevatori professionisti e in regola con norme e procedure. Il timore della Saki è che ora dall'Est si registri una vera e propria invasione di Akita, batterie di animali prodotti in serie, giusto per assecondare il prevedibile aumento della domanda. E per fortuna il film è uscito il 30 dicembre, a Natale ormai passato, scongiurando così il rischio che tanti piccoli Hachiko comparissero magicamente sotto l'albero di centinaia o migliaia di famiglie italiane.

«MA NON E' PER TUTTI» - Il pericolo, però, non arriva solo dall'Est: anche in Italia potrebbero essere in molti a farsi tentare dall'idea di una produzione intensiva di cuccioli, con accoppiamenti incontrollati o effettuati senza troppe remore, approfittando del momento favorevole per la vendita di questa razza. Il che, tuttavia, finirà con l'avere pesanti conseguenze. E questo, secondo Saki, accadrà «quando tanti si accorgeranno che l'Akita non è un cane da compagnia per tutti, quando inizieranno ad avere problemi con il loro animale persone che non sono capaci di gestire un cane nè tanto meno un Akita». Il risultato? «Li inizieremo a vedere nelle nostre strade e nei nostri canili». Perché il film è bello e commovente e la sceneggiatura appassionante. Tuttavia, fanno notare alla Saki, «mette in luce solo le meravigliose caratteristiche di questa splendida razza, ma non fa cenno a quelle peculiarità caratteriali che fanno dell'Akita un cane fiero e, sulla scia della moda, non avremo più futuri proprietari che quando cercheranno un cucciolo avranno già letto tutta la storia della razza, ma lo desidereranno semplicemente per moda». Per scongiurare tutto questo, i membri di Saki stanno organizzando presidi all'esterno delle sale in cui viene proiettato il film, distribuendo agli spettatori opuscoli informativi che spiegano cosa sia esattamente un Akita e perché non sia un cane adatto a chiunque.



«L'AMORE NON SI COMPRA» - In ogni caso la storia di Hachiko è esemplare ed è il motivo per cui la Lega del Cane ha deciso di farne un simbolo di quanto affetto, dedizione e fedeltà vengono mostrati all'uomo dagli amici a quattrozampe. «In questo modo - spiega Daniela Bellon, dell'ufficio stampa dell'associazione - si riesce ad entrare nel cuore di quelle persone che magari da molto tempo vorrebbero adottare un cane, ma sono frenate dal pensiero di come possono gestire l’animale. Per questo motivo siamo stati felici di dare il suo patrocinio a questo commovente film, perché vogliamo ricordare che Hachiko è il simbolo di tutti i cani del mondo e non di una razza particolare, è il simbolo di un essere senziente che dobbiamo rispettare per la sua straordinaria capacità di dare senza chiedere. E’ la dimostrazione che l’amore non si compra, ma si costruisce insieme giorno per giorno».

Alessandro Sala

Fonte: il corriere della sera

Se siete interessati ad acquistare un Akita senza essere stati influenzati dal film date un'occhiata a questo avvertimento diffuso dalla S.a.k.i

Saturday, 2 January 2010

IN GABBIA I CAVALLI DEL FAR WEST

31 Dicembre 2009


Furia non può più correre in pace. In gabbia i cavalli del Far West.
Da secoli i Mustangs scorrazzavano liberi nelle pianure del Nevada, ma ora non va più bene. Perchè per gli ecologisti rovinano l'ambiente.


Vi immaginate, se fosse ancora al mondo, John Wayne, strappato dalla sella del suo cavallo, trasferito in un recinto del Nevada con i turisti che acquistano il biglietto via Internet per andarlo a vedere, dopo aver perso qualche migliaio di dollari in un casinò di Reno? Sono certo che il vecchio «Duke» si rivolta nella tomba al solo pensiero. I simboli non si possono rinchiudere da nessuna parte. Essi viaggiano senza reti, senza confini, talvolta senza una meta precisa, liberi da ogni vincolo, incuranti del pericolo e insofferenti della mancanza di libertà a tal punto da conservare il proprio status a prezzo della vita.
Ora, chi rischia di finire chiuso in un recinto, è uno dei grandi simboli di un’America del passato, e non si tratta di fiction cinematografica, ma di un personaggio in carne e ossa, anzi, in muscoli e tendini possenti, quanto armoniosi nella corsa. Il Mustang, il cavallo selvaggio che da secoli corre nelle praterie del Nevada, il simbolo del Far West, colui che è stato la spalla dell'uomo in guerra e nei trasporti, finirà chiuso nei recinti del Bureau of Land Management.
Il termine Mustang (dallo spagnolo «mestengo») viene spesso usato per prodotti ad alte prestazioni e infatti le caratteristiche di questo cavallo, importato in America dagli spagnoli nel 1500, sono la grazia e la velocità. I soggetti catturati dai nativi, e spesso incrociati e ricatturati da «visi pallidi», divennero presto essenziali per la caccia al bisonte, al posto del cane, e per il trasporto di uomini e merci.
Nel 1971 il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto il Mustang quale «simbolo vivente dello spirito pionieristico del West che contribuisce ad arricchire la vita del popolo americano». Il Bureau di cui sopra dovrebbe vegliare sulla sorte di questo simbolo, ma, accampando scuse assai improbabili, ha affermato la volontà di rinchiudere, nei prossimi mesi, i primi 2500 soggetti in recinti situati vicino a Reno, nel Nevada. Se nei primi anni del 1900 i Mustang contavano circa due milioni di soggetti, la loro popolazione fu presto decimata, sia per l'utilizzo bellico che per la macellazione e la conseguente trasformazione in cibo (soprattutto per cani e gatti). La pratica di eliminare questi cavalli con i metodi più discutibili e crudeli (caccia con gli aeroplani e avvelenamento) portò la popolazione al collasso e alla promulgazione, nel 1959, di una legge a salvaguardia della loro vita, potenziata poi nel 1971 dal Congresso. Oggi, secondo il Bureau, sono troppi i 30.000 Mustang che vivono tra Nevada, Wyoming, Montana e Oregon, rischiando di ammalarsi e propagare malattie. Da qui la loro reclusione.
«Balle», insorgono gli animalisti, capitanati da stelle del cinema amanti dei cavalli, come Viggo Mortensen che, la settimana scorsa, ha scritto una lettera al presidente Obama per chiedere che i Mustang rimangano liberi.
La realtà è che i «farmers» (contadini e allevatori) vorrebbero le pianure tutte per le proprie coltivazioni e per i propri bovini. A loro dei simboli frega ben poco e, se su quei prati un tempo scalpitavano i cavalli di Custer, di Cavallo Pazzo, di John Wayne e di Kirk Douglas, oggi è un altro giorno: i macelli attendono i loro vitelloni ingrassati con l'erba di quelle praterie non calpestata o contaminata dai cavalli selvaggi.
Speriamo, vecchio John, che il prossimo anno ci riporti quei simboli le cui criniere fanno a gara con il vento nelle immense pianure del West.
Oscar Grazioli
Fonte: Il Giornale

Tuesday, 3 November 2009

LE FABBRICHE DELL'ORRORE

28 ottobre 2009

Animalisti contro la Cina: "Per estrarre la bile torturati gli orsi della luna"

Vivono immobilizzati e in condizioni terribili. Il liquido ricercato perchè ritenuto miracoloso secondo vecchie credenze popolari.

È difficile immaginare che i cinesi possano provare un briciolo di umanità per gli animali, visto che ammazzano senza problemi anche i cristiani. Basta citare l’orrenda pratica delle sterilizzazioni o degli aborti forzati delle donne tibetane, soltanto per fare un esempio.
Molti sanno come la Cina abbia contrastato il randagismo dei cani (a bastonate!) per preparare il Paese alle Olimpiadi. Ma molte meno persone sanno quello che accade ai poveri orsi della Luna, così chiamati per la caratteristica macchia a forma di luna crescente sul petto. Per fortuna, in questi giorni, al Festival della Scienza di Genova, anche loro avranno finalmente una voce. L’Ente nazionale protezione animali (Enpa) premierà Jill Robinson, fondatrice di «Animals Asia», l’unica fondazione autorizzata dal regime comunista cinese a soccorrere gli orsi delle fattorie dismesse.
Ma partiamo dall’inizio. Queste bestiole sono abusate e torturate a vita, per estrarre la loro «preziosa» bile (tra l’altro infetta perché estratta da animali sofferenti e malati), ritenuta erroneamente miracolosa da credenze troglodite che ancora sopravvivano in Cina, Vietnam e Corea. E pensare che esistono alternative erboristiche e sintetiche alla bile di orso ben più efficaci e curative, nonché sane.
L’idea «geniale» delle fattorie della bile nasce negli anni Ottanta. Gli animali sono imprigionati a vita e «munti» giornalmente, soffrendo pene inimmaginabili.
Attualmente nel Sud-est asiatico circa 16mila orsi della Luna sono «allevati» in condizioni disumane, spesso per oltre un quarto di secolo, ossia tutto il corso della loro vita. Rinchiusi già da piccoli in gabbie talmente minuscole da non permettere neanche il normale sviluppo della loro crescita. Molti sono deformi.
A queste bestiole sono limati i denti e strappate le unghie per non arrecare eventuali problemi. A volte vengono anche amputati gli arti. A loro sono negati persino cibo e acqua, perché in condizioni di stress e privazione totale producono più bile. Questa è estratta con rudimentali e dolorosissimi cateteri di metallo, conficcati in profondità nell’addome dell’animale, spesso agganciati al corpo da una pettorina detta «metal jacket». Altra tecnica, che risulterebbe l’unica autorizzata, è quella del «free-dripping» o gocciolamento libero: viene chirurgicamente scavato un tunnel permanente nell’addome dell’animale fino a raggiungere la cistifellea.
Benché davvero robusti, quasi tutti i poveri orsi si ammalano di tumore al fegato e diventano ciechi. E soffrono anche di altre malattie invalidanti come artrite, peritonite e ulcere perforanti.
Al festival della Scienza l’Enpa riceverà da «Animals Asia» il certificato di adozione di Moonlight, uno degli orsi salvati dalle fattorie della bile. Oggi vive libero e felice al Centro di recupero di «Animals Asia» a Sichuan, in Cina, assieme ad altre centinaia di «ex-detenuti». «Il nostro è un gesto simbolico che mira a un sogno», spiega Ilaria Ferri, direttore scientifico dell’Enpa, «affinché molte persone adottino altri orsacchiotti salvati, dando un aiuto concreto ad Animals Asia».
Ognuno di noi più dare il suo contributo per contrastare questa piaga. Bastano 35 euro al mese per adottare a distanza uno degli ospiti di «Animals Asia» in Cina e in Vietnam. Ciascuno avrà cibo, acqua potabile e adeguate cure riabilitative per tutto il resto della sua vita.
Il benefattore riceverà a casa un personale certificato di adozione, con la fotografia del «figlio adottivo» e le informazioni continue sul carattere e sui suoi progressi.
Tutti i dettagli sul sito www.animalsasia.org (tel. 010.2541998 - 010 8680709, e-mail: info@animalsasia.it).
Maria Paola Gianni
Fonte: Il Giornale

Wednesday, 21 October 2009

STRAGE DI DELFINI

21 ottobre 2009


Strage di delfini, tensioni in Giappone
Debutta a Tokyo il film sulla mattanza girato di nascosto nella baia di Taiji, i pescatori si mobilitano

PECHINO — Era rimasta se­greta a lungo. Poi, la mattanza di delfini che si scatena ogni an­no a Taiji, Giappone meridiona­le, è entrata nel campo visivo degli ambientalisti. Quindi un documentario l’ha resa una cau­sa pubblica: si intitola The Co­ve, l’ha diretto lo svedese Louie Psihoyos che l’ha presentato in diverse rassegne cinematografi­che mondiali, dal Sundance a Deauville. Oggi l’atto definiti­vo: la pellicola verrà proiettata per la prima volta in Giappone, sala numero 1 del cinema Toho a Roppongi Hills, apertura alle 10.30, evento infilato in fretta e furia nel denso programma del Tokyo International Film Festi­val. Già ieri biglietti tutti esauri­ti.

Non è una «prima» come le altre. Per i cacciatori di delfini di Taiji, già furibondi per la campagna ecologista contro quella che difendono come una pratica ancestrale, il debut­to di The Cove sul suolo patrio è una provocazione. Gli orga­nizzatori della manifestazione sono stati presi di mira da lette­re, minacce, telefonate a raffi­ca. La produzione del film (bri­tannica) è stata avvertita che i pescatori di Taiji potrebbero bloccare l’ingresso del cinema o comunque inscenare qualche forma di protesta, mentre le au­torità della cittadina — nean­che 4 mila abitanti — si sono mobilitate a livello politico, chiedendo l’intervento solidale di un paio di ministeri. The Cove, una quindicina di premi in giro per il mondo, dà conto della campagna del con­servazionista americano Ric O’Barry per fermare il massa­cro di Taiji, del quale venne a conoscenza a metà degli anni Settanta. Almeno finché la cam­pagna non ha consegnato Taiji e i suoi pescatori all’attenzione degli ecologisti, tra settembre e marzo venivano uccisi circa 2 mila delfini, e altre decine cat­turate per essere vendute nei delfinari e negli acquari giappo­nesi ed esteri.

Quest’anno pare invece non ci siano vittime. La caccia era condotta con un mi­sto di tecnologia e sistemi ele­mentari, confondendo il sonar degli animali e conducendoli in una cala riparata (The Cove, appunto) dove con lame e fioci­ne si procedeva al macello. Le immagini dell’acqua rosso vi­vo avevano fatto il giro del mondo già prima del documen­tario, realizzato nonostante l’opposizione dei pescatori e delle autorità di Taiji. Le intimi­dazioni subite da O’Barry nel tempo sono state sperimentate poi dalla troupe guidata da Psihoyos, che ha fatto ricorso anche a cineprese camuffate da finte pietre e che rischia l’arre­sto per essersi inoltrato in zone off-limits durante le riprese.

A Taiji ci si è difesi sostenen­do che la carne di delfino viene poi lavorata a scopi alimentari e che l’uccisione degli animali tutela l’ecosistema. Ma «la cat­tura e le uccisioni dei delfini so­no compiuti all’interno del par­co nazionale Yoshino Kumano Kokuritsu Koen, gestito dal mi­nistero dell’Ambiente», scrive­va due anni fa il Japan Times, aggiungendo che «esami di la­boratorio hanno a più riprese mostrato i livelli estremamen­te alti di mercurio riscontrati nella carne di delfino». I pescatori di Taiji negano la circostan­za e sembrano orientati a op­porre alle proiezioni di The Co­ve la stessa resistenza riservata a O’Barry. Il quale, a sua volta, ha raccontato di aver seriamen­te temuto per la propria incolu­mità. D’altra parte, se in giappo­nese la parola che indica una pressione esterna è gaiatsu, quel che The Cove ha scatenato — ha spiegato O’Barry — «è ga­iatsu- più » . L’imbarazzo si è esteso oltre Taiji e ha lambito il nuovo governo nipponico di centrosinistra. Il ministro degli Esteri, il de­mocratico Katsuya Okada, ha voluto ricordare venerdì che ogni Paese ha le sue tradizioni e le sue abitudini alimentari. Non è il pensiero di O’Barry. Che aveva cominciato come ad­destratore di delfini, anche per la serie tv Flipper , salvo pentir­si e battersi per 40 anni per la loro difesa. Adesso il documen­tario parla per lui. E Tokyo è forse la trincea più avanzata.

Marco Del Corona

Fonte: Il Corriere della Sera

Tuesday, 20 October 2009

AMORE ANIMALE

19 Ottobre 2009



L'Abruzzo ferito dal terremoto si mobilita per salvare gli orsi
Li hanno visti aggirarsi sperduti per i paesi. Così per sfamarli hanno creato campi di granoturco e piantato centinaia di alberi da frutta

Molti ricorderanno Yoghi e Bubu, gli orsetti del parco di Yellowstone, e della loro simpatica abitudine di rubare i cestini della merenda ai turisti. Nell’immaginario collettivo è rimasta la credenza che l’orso sia lesto di zampa e parecchio goloso, in verità non è del tutto errato. Sarà forse per questo “vizietto” che ad alcuni uomini questo animale non è mai stato tanto simpatico, ed in alcune circostanze temuto ed odiato; ricordiamo, purtroppo l’uccisione degli orsi italiani sconfinati in Germania ed in Svizzera. «Omicidi» del tutto gratuiti ed ingiustificati. Ma fortunatamente ci sono persone che lo rispettano e lo aiutano, atto civile e generoso; gesto particolarmente nobile quando viene compiuto da gente colpita da gravi catastrofi. Stiamo parlando della popolazione dell’Abruzzo. Ebbene sì, queste persone, dal cuore grande, stanno aiutando l’orso marsicano. Come? Invitandolo a cena! Spieghiamo: per proteggere questa specie unica al mondo, a proprie spese dei volontari hanno piantato, su un terreno privato gentilmente offerto dal proprietario, oltre 350 piante da frutta, potati quasi 400 alberi di pere e mele, ed hanno creato un campo di granoturco, il tutto destinato solo agli orsi. Non solo, hanno costituito due comitati a salvaguardia di Yoghi: Amici dell’orso Bernardo e Orso and friends.
Simpatica l’avventura raccontata da Sabatino, uno studente «sfollato» dalla sua casa distrutta dal terremoto: «L’orso veniva verso di noi, mentre stavamo camminando per la piazza del paesino di Giovenco. Ci siamo subito preoccupati di avvisare l'Associazione Amici dell'orso, che giunti sul posto, hanno seguito a distanza “yoghi”, che passeggiava tranquillo per le strade del paese, fino a quando ha trovato una pianta di ciliegio sulla quale è salito per mangiare i frutti, per poi allontanarsi. Ma, evidentemente, quelle ciliegie erano troppo buone, tanto che è ritornato per uno spuntino a notte fonda». Nessuno lo ha disturbato! Ogni anno l’associazione organizza manifestazioni per la riscoperta di antiche tradizioni, il tutto nell'ottica della salvaguardia dell'orso marsicano e del suo habitat. Chi desidera informazioni o dare un piccolo contributo può visitare il sito: www.orsoandfriends.it.
Inoltre, la Riserva Naturale Regionale, tra il Parco Nazionale d'Abruzzo e il Parco Nazionale della Majella, è stata istituita principalmente al fine di conservare un'area di transito per specie di grande importanza quali l'Orso bruno, quello marsicano ed il Lupo. L’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus) è l’unica specie al mondo che vive in Abruzzo, conta ad oggi meno di 80 esemplari e rientra nella Fauna protetta. I ricercatori consigliano per la difesa della specie: ferrea tutela delle zone di passaggio, salvaguardia degli ultimi habitat idonei, vigilanza antibracconaggio, incremento della distribuzione delle risorse alimentari. Infatti la presenza di cibo garantita dalle piante da frutto, donate dagli Abruzzesi, riduce la sofferenza e limita il girovagare degli orsacchiotti, fino ad arrivare nei centri urbani. L'estinzione dell'orso, come di qualsiasi altro animale, altererebbe l’ecosistema con gravi conseguenze. Bravi abruzzesi ci inchiniamo davanti a tanta nobiltà!
Marinella Meroni

Fonte: Il Giornale

Monday, 19 October 2009

IL TRAFFICO ILLEGALE DEI QUATTROZAMPE

15 ottobre 2009
Basta ai camion della morte che portano i cuccioli dall'Est
E' un commercio senza scrupoli che frutta 300 milioni di euro l'anno.
Ma presto sarà reato: la legge dovrebbe essere approvata entro Natale

Forse è arrivato veramente il momento in cui, cuccioli di poche settimane d'età strappati alle mammelle della madre e al calore di fratelli e sorelle, cesseranno di morire nei ricoveri di cliniche veterinarie dove ai medici risulta impossibile contrastare un micidiale cocktail di parassiti, virus e batteri che si nascondono in quei corpicini nati a mille chilometri di distanza. Finalmente sarà assestato un colpo definitivo al turpe commercio dei cuccioli acquistati nell'Europa dell'Est (Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, ecc.) per una cantata e rivenduti a centinaia d'euro ai mercati del nostro Paese o nei locali di venditori privi di scrupolo.
Ieri l'altro infatti, dal ministro degli Affari esteri Franco Frattini e dal sottosegretario alla Salute Francesca Martini, è arrivato un ulteriore segnale deciso contro i trafficanti e gli importatori clandestini di cuccioli d'animali domestici. Nel corso di una conferenza stampa alla Farnesina i due politici di governo, da sempre notoriamente sensibili al benessere e alla tutela degli animali, hanno annunciato le iniziative prese, nei loro campi di competenza, al fine di porre un freno al dilagare dell'importazione di cani da quelle parti dell'Europa dove i contadini hanno da tempo smesso di coltivare la terra o produrre latte, per darsi al più remunerativo sfruttamento di cagne di razza, la cui prole è destinata ai mercati dell'Ovest, quali appunto l'Italia, con tutti i rischi sanitari che questo comporta. Cuccioli staccati dalla madre a trenta giorni d'età, da lustri varcano frontiere compiacenti di notte, su camion cheli trasportano a centinaia verso i luoghi di raccolta, dove vengono avviati verso Ovest. Riempiti di antibiotici e immunoglobuline contro le principali malattie infettive dei cuccioli, sono poi venduti a ignari acquirenti che si trovano, entro un paio di giorni, il cagnolino in casa gravemente malato. Talvolta i loro certificati di nascita e sanitari vengono falsificati da veterinari correi che attestano date fantasiose e vaccinazioni mai eseguite.
Il disegno di legge, approvato il 2 ottobre scorso, introduce un reato specifico di traffico clandestino d'animali che prevede la reclusione per chi se ne macchia, oltre a sanzioni amministrative, e la speranza di tutti è che tale disegno trovi una corsia preferenziale in modo da essere convertito in legge prima di Natale, come lo stesso Frattini ha auspicato. Il ministro degli esteri si è pareticolarmente prodigato, ponendo mano a uno strumento legislativo diretto e, per questo, ha raccolto l'applauso convinto dalle associazioni animaliste, in particolare della Lav, che gli ha inviato ringraziamenti pubblici calorosi, per bocca del suo presidente Gianluca Felicetti.
Nel medesimo disegno di legge si rendono ancora più pesanti le pene per chi maltratta gli animali sottoponendoli a interventi di chirurgia vietati, se non in condizioni certificate dal medico veterinario, quali il taglio delle orecchie, della coda, l'asportazione di unghie e denti. Il giro d'affari che ruota attorno all'importazione illegale di cuccioli è stimato in circa 300 milioni di euro e l'aumento di valore dei cani acquistati in loco da importatori disonesti e privi di alcuno scrupolo è tale che essi mettono già in conto mortalità che sfiorano il 50% durante il viaggio dei <>. Sono soprattutto ShiTzu, Carlini, Terrier, Pinscher e Chihuahua, le razze più interessate da questa vergognosa tratta che ci auguriamo tutti abbia i giorni contati.
Oscar Grazioli
Fonte: Il Giornale